26
Nov
07

Berlusconi è storia…..

Berlusconi ha cambiato un’altra volta, da solo, le regole della politica italiana. Lo fece la prima volta creando Forza Italia e vincendo le elezioni del ’94. La seconda volta nel ’97 quando gettò una corda verso D’Alema, trasformando il maggioritario parziale del matterellum in una forma politica: il bipolarismo. Ha ottenuto nel 2001 una grande maggioranza e un lungo governo, grazie alle divisioni ideologiche della sinistra. Ma si è trovato innanzi all’ostilità di tutti i poteri istituzionali e istituiti: dal presidente della Repubblica ai giudici, dai sindacati alla stampa, dalla Confindustria all’università. E, dopo le elezioni del 2005, ha avuto contro quasi tutte le Regioni, a cui improvidamente il governo Amato aveva dato un diritto di veto su argomenti, dall’energia ai trasporti, prima assicurate alla competenza dello Stato. Ha avuto contro un’insurrezione permanente, dai no global ai no tav. Ha visto la Campania trasformata in una pattumiera a cielo aperto. Ha avuto due alleati, l’Udc di Follini e Alleanza nazionale di Fini, che avevano un solo scopo: liberarsi di lui, spartirsene le vesti. Un uomo solo contro tutti. Le grandi corporazioni erano tutte contro di lui: poi i liberali della cattedra gli hanno imputato il non aver liberalizzato i taxi e le farmacie, cose tutte fatte da Bersani all’unico scopo di potenziare le cooperative rosse. Un uomo solo. Ma ha avuto con sé una realtà che, nella politica italiana ispirata più a Guicciardini che a Macchiavelli, non conta niente: cioè il popolo. Un popolo che credeva in lui senza altro motivo che la sua stessa fiducia e che per questo andava oltre le potenze che governano l’opinione pubblica. Il sentimento popolare è una cosa diversa dall’opinione pubblica. Berlusconi è un caso storico quasi unico: quello di un leader che ha governato senza un partito, ma solo per la fiducia che coloro che non contavano politicamente niente gli davano: la libertà contro il potere. La campagna elettorale del 2006, fatta da Berlusconi solo, diceva due cose: che la maggioranza era guidata dai comunisti e che voleva aumentare le tasse. Cose terribili, barbariche, dicevano i custodi dell’opinione pubblica: la questione comunista era chiusa e criticare il peso fiscale voleva dire incoraggiare l’evasione delle imposte. Contro di lui era tutta la prima Repubblica: a destra, al centro e a sinistra. E perse per 24.000 voti alla Camera. Se non avesse seguito un incapponito ministro di Alleanza Nazionale, non avrebbe fatto nemmeno la legge sul voto degli italiani all’estero, che poi An volle gestire come cosa propria. Dopo le elezioni Berlusconi chiese le larghe intese oppure nuove elezioni. La larghe intese furono rifiutate, la maggioranza pensò di aver vinto con il mandato di annullare tutta l’opera di Berlusconi. Dalla riforma costituzionale a quella della giustizia. E allora egli decise di seguire il sentimento del suo popolo, praticando quello che Fini superbamente ha chiamato come la preferenza della fellowship alla leadership. Ma invece Berlusconi ebbe politicamente ragione: il popolo italiano, anche di sinistra, sentì il governo come un non governo, ma come una cooperativa per la spartizione del potere, quindi come non legittimo perché non governo. L’antipolitica nacque a sinistra contro la sinistra. E la politica tremò. E tremò sul piano più delicato: la sicurezza e l’immigrazione. Giuliano Amato passò dall’espulsione dei rom come massa di invasione all’incriminazione della polizia e all’abbandono di parte di Roma alle tifoserie. Un non governo, un non Stato. Il popolo non di sinistra, che è restio anche ad andare a votare, ha riempito i gazebo animato da un «partito di plastica» come Forza Italia: e non erano solo elettori di destra. Berlusconi, legittimato dal suo popolo, spariglia, abbandona il bipolarismo e sceglie la proporzionale tedesca. Lo fa di autorità, svuotando Chiti e Violante di ogni autorevolezza. Berlusconi è il solo in grado di chiudere la partita del bipolarismo. Esce di scena dal bipolarismo ricostruendo la politica; tutti sono obbligati a seguirlo. O per convinzione o per necessità. Fini e Casini volevano liquidare Berlusconi nelle trattative di commissione, volevano impiccarlo al bipolarismo da essi ormai usato come un’arma per distruggerlo. Hanno perso la gallina che faceva le uova d’oro. Fini è obbligato a domandarsi se vuole diventare un neogollista o ridiventare postfascista, Casini se vuole fare un partito democristiano con Mastella, Pezzotta, Tabacci e quanti altri: e vedere se il pesce elettore abbocca ancora alla lenza scudocrociata. Bossi non avrà il sistema spagnolo dei piccoli collegi. Che faranno le componenti del governo? Rimarranno bipolari con Prodi o sotto Prodi e i consensi calanti quando sanno che ora è possibile giocare in proprio? Solo per i nanetti dell’Unione non c’è trippa per i gatti. Berlusconi ha operato una grande strategia a cui tutti ora sono contrari: perché tutti la chiedevano e nessuno la prevedeva.

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